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D'ISTRUZIONE SUPERIORE Bisignano (CS) |
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- IL MOVIMENTO DELLE NAZIONALITA’ Tratto dall’opera di René Rémond, Introduzione alla storia contemporanea, vol. II, Il XIX secolo (1815–1914), BUR, Milano 1976.
Riduzione del Prof. Raffaele Cristofaro
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MOVIMENTO OPERAIO, SINDACALISMO E SOCIALISMOL’età liberale corrisponde, grosso modo, alla prima metà del XIX. La democrazia comincia verso il 1848. L’avanzata socialista si manifesta nell’ultimo quarto del secolo. Il movimento operaio è una conseguenza della rivoluzione industriale nata in Inghilterra nel XVIII secolo e poi diffusasi sul continente. Essa oltre a modificare il lavoro dell’uomo, il rapporto dell’uomo col suo lavoro, il rapporto degli uomini fra di loro, dà luogo a due nuove classi sociali: il capitalista e l’operaio in lotta tra di loro. Nelle fabbriche le condizioni di lavoro sono durissime. Si lavora fino a quindici o sedici ore al giorno. Non c’è mai riposo, nemmeno la domenica. Si lavora a partire da quattro o cinque anni. Gli anziani non hanno pensione. Non è prevista alcun tipo di assistenza. I salari sono sempre bassi a causa anche della disoccupazione sostenuta anche dall’espansione demografica. Gli operai non conoscono organizzazione. Le leggi proibiscono associazioni, coalizioni, scioperi. Ma quando la classe operaia comincia a prendere coscienza della propria condizione, nasce il movimento operaio. Le prime unioni operaie furono le cooperative: gli operai acquistavano, per poterle pagare meno, discrete quantità di merci (riso, grano…) per poi consumarle nel tempo e avere così un risparmio. Poi nacquero le società di mutuo soccorso: gli operai, ogni settimana o ogni mese, versavano una piccola somma in una cassa comune, che serviva come riserva, in caso di malattie, disoccupazione, chiusura delle fabbriche, per le spese dei funerali, per la nascita di un bambino. Accanto a quelle nascevano poi le società di miglioramento e di resistenza: gli operai eleggevano i propri rappresentanti, discutevano con i proprietari dei miglioramenti. Da queste società sorsero i sindacati, grandi organizzazioni divise a seconda del mestiere. Ottenute la possibilità di associarsi e le libertà sindacali gli obiettivi vengono perseguiti con due strumenti:quello sindacale e quello politico. Il primo è rivolto a ottenere miglioramenti materiali: durata del lavoro (per le donne e i bambini), salari, sicurezza,assicurazioni contro gli infortuni e le malattie e in alcune zone il pensionamento. Il secondo è rivolto a trasformare la società, a renderla più giusta. Il ramo politico si identificherà presto col socialismo. Il socialismo moderno vuole essere la risposta ai problemi nati dalla rivoluzione industriale. La riflessione, in origine, è stata suscitata dalla miseria dei lavoratori e dalla durezza della condizione operaia. Si mise in discussione l’economia liberale: l’iniziativa individuale, la proprietà privata, la concorrenza. Ci si allarmò anche per le frequenti crisi che portavano alla disoccupazione e alla chiusura delle fabbriche. Come si può sostenere, pensavano i fondatori delle scuole socialiste, che questo regime è il migliore, quando il suo sviluppo costa tanti fallimenti? Il primo significato della parola socialismo è una reazione contro l’individualismo, il liberalismo individualista, la proprietà privata dei mezzi di produzione che permettono al possessore di esercitare un dominio sugli altri, sui lavoratori. Il secondo significato è una reazione contro le scuole politiche perché ritengono, le scuole socialiste, che il problema è sociale. Che cosa guadagnerebbero i lavoratori da un mutamento di denominazione di regime ( la repubblica al posto della monarchia, il suffragio universale al posto del suffragio per censo) dato che il vero problema è il cambiamento del regime della proprietà? Da allora la situazione è profondamente modificata: il socialismo diventerà una forza politica per la conquista del potere. Ci sono nel XIX secolo parecchie scuole socialiste che hanno in comune la sostituzione della proprietà socializzata alla privata. Ma una di queste prende il sopravvento sulle altre: il marxismo. La dottrina marxista, espressa nel Manifesto del Partito comunista del 1848, si autodefiniva scientifico, cioè fondata sull’analisi oggettiva della realtà storica dei processi economici. Questa dottrina offriva al movimento operaio una meta ultima, la società senza classi, da raggiungere attraverso tappe intermedie: la costituzione della classe in partito politico, la conquista dello Stato e l’instaurazione della dittatura del proletariato. La crisi inevitabile del capitalismo avrebbe aperto la strada all’azione rivoluzionaria della classe operaia. Il proletario come classe rivoluzionaria tende alla creazione di una società comunista basata sull’abolizione della proprietà borghese dei mezzi di produzione. Dopo una fase di dittatura del proletariato si giungerà a una società senza classi e quindi senza Stato, cioè senza strumenti di dominio di una classe sull’altra. Nel 1864 rappresentanti e delegati operai si riunirono a Londra e fondarono la prima Associazione Internazionale dei lavoratori, con lo scopo di coordinare le varie correnti socialiste e l’attività necessaria alla presa del potere da parte del proletario. Progetto che però fini nel 1872 per l’attacco dei vari governi borghesi e per i profondi dissensi tra gli esponenti socialisti. Nel 1889 fu fondata una seconda Associazione Internazionale dei lavoratori a cui aderirono tutti i maggiori partiti socialisti europei e alcuni sindacati operai. Durò fino al 1914. |
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Aggiornato il 22.04.2006 17.06 |